sabato 26 gennaio 2008

Virgo Virago

Donne fra mito e storia,letteratura ed arte,dall'antichità a Beatrice Cenci

Con Virgo virago, saggio denso d'informazioni e di spunti, continua l’approfondimento di Francesca Santucci della presenza femminile nella letteratura, nella storia, nell'arte e nella società, dal mondo classico ai nostri giorni, percorso iniziato nel 2003 con Donna non sol ma torna musa all'arte e proseguito nel 2004 con Donne protagoniste. Dall'ottica più propriamente letteraria del primo lavoro della trilogia, a quella artistica in senso lato della seconda, l'interesse s'incentra qui su 'antiche' donne variamente violate, ferite nel corpo e nell’animo, dall’ignoranza, dal preconcetto … dalla violenza, dalla ferocia, dalla barbarie … realmente esistite, esistite solo nella fantasia, donne comunque stra/ordinarie. L'Autrice passa in rassegna, con un livello di partecipazione sempre elevato, ma senza mai rinunziare ad un'attenzione quasi filogica per l'informazione, le figure di Proserpina, Medea, Lucrezia, Boudica, Betsabea, S. Agata, S. Orsola, S. Barbara, Trotula, Eloisa, Ildegarda, Lisabetta, Francesca, S. Caterina, Giovanna II, Ofelia, Beatrice Cenci, inframmezzando questo suo racconto a scorci di tipo storico come la condizione delle donne nel Medioevo e sotto l'Inquisizione. Un'opera dalla lettura fresca e coinvolgente, e pure decisamente impegnata, ma anche un contributo all'emancipazione "vera e generalizzata" della donna nel mondo.

in copertina A. Scotto, "Citharoeda"

Francesca Santucci, napoletana. Poetessa e scrittrice, studiosa del femminile e dell’antichità, ha pubblicato raccolte di poesie, racconti, fiabe e saggi: La vana attesa(A.L.I. Penna d’autore, 2000), L'ultimo viaggio (Il Foglio, 2002), Donna non sol ma torna musa all'arte (Il Foglio, 2003), Donne protagoniste (Il Foglio, 2004), Racconti e fiabe (A.L.I. Penna d’autore, 2004), Napoli di ieri (A.L.I. Penna d’autore, 2005), Messaggi dall’antichità (Kimerik, settembre 2005), Rosa e croce (Carta e Penna, maggio 2006), Scrivo, e il cuore più non soffre (Edigio’, settembre 2007). Ha, inoltre, curato la prefazione del libro Il diavolo nella rete (Joker, 2003) di Letizia Lanza, dei Ricordi di guerra di Rodomonte Lenti (A.L.I. Penna d’autore, 2004), delle raccolte poetiche Penziere mieje di Vittorio Aprea (Kimerik, 2005) e In punta di poesia, di Fabio Carvelli (A.L.I. Penna d’autore, 2006). E’ presente con poesie e racconti in antologie collettive e raccolte multimediali (Book, Seledizioni, CE.AR.C., Centro Incontri, Ursini, Penna d’Autore, Il Filo, I fiori di campo, Aletti, Carta e penna, Akkuaria, Kimerik, etc.). Nel 2007 una sua fiaba, “La favola del sole e della luna,” è stata musicata dal cantautore Pino Barillà, ed il pittore Arturo Bonanomi ha illustrato a tempera una sua poesia, "Ad una rosa", pubblicata in tiratura limitata dalla casa editrice Pulcinoelefante.

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lunedì 7 gennaio 2008

Monografia - Fuori dal Mito -


FUORI DAL MITO


Misurarsi con la maschera di Pulcinella importa coraggio. Perché la “letteratura” sull’argomento è immensa, l’abuso letterario estremo, lo sfruttamento teatrale tale dall’avere ormai consumato il successo accumulato nei secoli. Eppure, la forza figurativa di Aniello Scotto ti balza avanti riconciliandoti con la maschera e sorprendendoti con l’originalità propria dell’artista che infrange le regole e le retoriche della “maniera”, sia essa classicista o avanguardista giacché, malauguratamente, esiste anche un manierismo dell’avanguardia. Figurazione che, non casualmente, attraversa intatta i disegni, le incisioni, e che, nell’espressione pittorica, si accompagna ad un impressionante tenue nitore del colore e della luce e si ricompone in un’immagine che emerge dal caos del sentimento, dell’erlebnis che è materia dell’arte che non può stare da sola perché sarebbe materia senza forma e, dunque, nulla. Si avverte, e trapela, una forza esplosiva in Aniello Scotto che è sempre dominata. Che è segno distintivo, a nostro avviso, del segno distintivo dell’arte. Quel sentimento vissuto, per dirla con Leopardi, che diventa sentimento contemplato, quella catarsi in senso estetico e non morale che qualifica la modernità della poetica di Aristotele e che, per taluni aspetti, si ritrova nell’estetica moderna da Vico a Croce nell’idea di fondo che l’arte rappresenta un momento della conoscenza, sia pure particolare e sui generis. Pulcinella, dunque, ritorna alla ribalta portando sulle spalle ricurve il peso antico di polemiche e discussioni animate, di interpretazioni sofisticate e di clamorose sviste filologiche e storiografiche. Ma, per fortuna, le tracce di questa antica storia si intravedono soltanto nell’opera di Aniello Scotto che ha già, seppure ancor giovane, compiuto un lungo, notevole percorso, probabilmente travagliato come è inevitabile se si possiede, come Scotto possiede, il senso tragico dell’esistenza, del vivere, che è sempre fondato sulla dialettica delle passioni, sulla polarità della gioia e del dolore come atti costitutivi stessi dell’umanità, della prassi come del pensiero che da essa nasce e che su di essa riflette modificandola. Ma chi è Pulcinella? Non so quanto sia utile, nel nostro caso, richiamarsi alle dispute storiografiche o, meglio, filologiche, che hanno tenuto banco da sempre e che trovano nel celeberrimo saggio di Benedetto Croce una classica esemplarità. Non troppo importa, credo, parteggiare per il giovane Croce che sostiene l’appartenenza di Pulcinella alla tradizione della Commedia dell’Arte o con il tedesco Albrecht Dieterich che, nel 1897, in un voluminoso libro, aveva creduto di poter far risalire la nascita della maschera napoletana all’antichità romana semplificando, forse, il lungo, troppo lungo, corso della storia. Dispute utili per lo studioso e per il critico ma, probabilmente, non necessarie a comprendere il senso dello “smascheramento” che Aniello Scotto compie della nostra tradizionale, classica, maschera. Primo aspetto, infatti, e fondamentale ispirazione della forte “immaginazione”, per così dire, dell’artista che strappa la maschera al personaggio che, pure, rimane tale e facilmente identificabile nell’indiscutibile trasfigurazione e che si rappresenta nel linguaggio del corpo stesso, per dirla con Ugo Piscopo, che è fra le specificità proprie di Pulcinella come di altre maschere del teatro popolare ma che, in quella napoletana, esaltano la viva carnalità. Ma rivolgiamo l’attenzione ad altre dispute, a quelle antropologiche, etico-politiche, simboliche, circa la valenza da conferire al Pulcinella che diventa emblema di una città, di un popolo o, addirittura, di una condizione umana. Forse è a questa varia fenomenologia che si può attingere per cogliere il Pulcinella senza maschera di Aniello Scotto, Pulcinella che, pur rimanendo se stesso sembra incarnare in ogni opera una persona diversa, un individuo con la sua peculiare identità e personalità: condizione necessaria, a mio avviso, perché l’arte si manifesti autenticamente, col dire suo proprio che è rappresentazione di se stessa, simbolo e non metafora dell’altro da sé. Diversamente si tratterebbe di un mero esercizio intellettualistico, un gioco di rimandi più o meno arguti o banali (condizione necessaria per il largo successo a breve termine), mentre in Scotto il segno, la figurazione, sono sempre essi stessi valori, forza interiore, come si è detto, che si disciplina nell’immagine solo apparentemente esteriore, senza falsi o furbeschi giochi di specchi. Un Pulcinella, dunque, assolutamente originale rispetto a quello delle tante discussioni, letterarie e non, che abbiamo richiamato in precedenza. Non solo quindi la disputa filologica ma nemmeno quella squisitamente teorica, bastano a spiegare l’espressività di Aniello Scotto che è tutta poetica. Non è qui in discussione, infatti, la “pulcinellanità”, l’idea o sostanza della maschera che caratterizzerebbe se stessa e, al tempo stesso, un’essenza di popolo. Una sorta di idea platonica della napoletanità, negativa o positiva che sia. Recentemente De Maio, Sant’Elia ed altri sono tornati sul tema presentando interpretazioni di assoluto rilievo ma, nel senso comune, nell’immaginario collettivo, vive un Pulcinella comico o malinconico, ovvero un Pulcinella che rappresenterebbe l’essenza della napoletanità proprio in questo eterno e, vorremmo dire, basilare contrasto. Rivivono ancora gli opposti sentimenti di esaltazione o di denigrazione del “pulcinellesco”, come, del resto, è accaduto e sta accadendo per Totò, che è forse, per molti aspetti, il vero erede dell’antica maschera. Il Pulcinella filosofo, arguto ed intelligente che, con i suoi frizzi, le sue battute, perfino le sue capriole, motteggia il potere, castiga i vizi pubblici e privati, impersona una sorta di rivoluzionario eroe della commedia umana. O un Pulcinella che sembra assumere su di sé tutte le caratteristiche della oleografia partenopea, ridente, solare, scanzonato, allegro ma, al momento giusto, pietoso e generoso: ancora una volta, dunque, un eroe, un eroe popolare e plebeo, attorno al quale costruire una sorta di difesa della tradizione napoletana, meridionale, mediterranea. Dal lato opposto, la denigrazione assoluta del personaggio, simbolo di tutti i mali delle nostre terre, di tutti i difetti del nostro popolo. Il Pulcinella sfaticato, furbo ma non intelligente, fastidiosamente, perennemente “sfottitore”, plebeo nei gusti e negli atteggiamenti, nel quale perfino la tragica miseria della fame si tramuta in un malato attaccamento alla carne e al cibo, quasi una bestialità non trattenuta se non addirittura esaltata. Insomma, il precipitato di tutti i luoghi comuni del napoletanismo peggiore dietro il quale nascondersi per giustificare o addirittura esaltare la propria degenerazione la inevitabile decadenza. Forse, come per Totò, bisogna distinguere fra Pulcinella e “pulcinellismo”, fra Totò e “totoismo”. E’ indiscutibile, infatti, che l’esaltazione costante del plebeismo partenopeo, mascherata, è il caso di dirlo, da ricerca antropologica o da rivalutazione politica e sociale, rappresenti un danno clamoroso al riscatto di una plebe, che Marx avrebbe forse definito proletariato straccione, che potrebbe redimersi solo a patto di troncare nettamente con il proprio passato, buttando al macero i luoghi comuni che ne pregiudicano la vera, profonda, civilizzazione. Ecco perché, per accennare ad una critica contenutistica che nel nostro caso serve solo a meglio motivare l’unica critica vera, che è quella estetica, il Pulcinella di Aniello Scotto possiede una sua indiscutibile validità e vitalità perché, a nostro avviso, recide questo passato pur tenendolo presente e piegandolo ad una visione del mondo che universalizza, invero, i tratti esistenziali del simbolo Pulcinella. E’ un Pulcinella, infatti, scarnificato, come più volte detto, smascherato, che si colloca fra il sogno e la realtà o, meglio, in una realtà che si trasfigura nel sogno. Lo stesso autore, del resto, ci indica questo percorso interpretativo. Cosa nasconde quella maschera nera, come, d’altro canto, le maschere che tutti noi siamo costretti a calarci sul viso per poter vivere? Sembra che Scotto, col tratto forte del suo disegno, con la potenza della rappresentazione personalissima, voglia dare un volto a Pulcinella. Voglia non solo togliergli la maschera, ma costruirgliene un’altra che lo sottragga, come abbiamo detto, ai luoghi comuni, agli stereotipi iconografici della tradizione antica e recente. Ed infatti un altro Pulcinella emerge, si sveglia in una dimensione onirica dai toni e dai colori che appartennero al tempo del grande Caravaggio. Scotto stesso ci dice che si tratta di un Pulcinella che idealizza Colombina, che si prefigura come una sorta di eroe, come un romantico cavaliere costretto a vivere nella tragedia umana che egli aborre e, forse, teme. Infatti compare in alcune rappresentazioni caravaggesche in movenze che potrebbero sembrare ironiche e sono, invece, tragiche. Eppure, in alcuni momenti ci è sembrato di cogliere addirittura un Pulcinella Satiro, immerso in una profonda e viscerale sessualità la quale, però, si stilizza immediatamente lasciandosi alle spalle quella carnalità plebea che ci siamo sentiti di condannare francamente e senza appello. Sembra di cogliere una sorta di dionisiaco che, però, non si contrappone necessariamente all’apollineo; che non rimane allo stato di pura materialità. Ciò dicendo, sembrerebbe che intendiamo quasi svilire la forza spontanea di Scotto. Mentre è vero invece il contrario, perché l’artista entra nella profondità della carnalità stessa, della sessualità, dell’eros, senza rimanere alla volgare superficialità della vulgata pulcinellesca. Da qui una scarnificazione che non significa necessariamente, come spesso accade nella nostra contemporaneità, precipitare nella frigidità. In fondo, in Scotto sul tumulto delle passioni si impone una visione ingenua, altamente, nobilmente ingenua, che rivaluta il Pulcinella sognatore, l’uomo sognatore, che pensa di potere dominare e superare l’amarezza e la brutalità della vita reale. Ma il sogno di Pulcinella si svela essere, in Scotto, non soltanto il sogno idealizzato, ma il sogno vero e proprio, quello della incoscienza, giacché il vero Pulcinella, senza maschera, si risveglia e si riscopre vecchio, malandato, tutto sommato sconfitto. Riemerge dunque per intera la tragicità del personaggio come della condizione umana e quella apparente, ingenua, idealità si infrange malinconicamente, in qualche punto drammaticamente, di fronte all’apparir del vero. Ma, come spesso accade negli artisti autentici la cui sensibilità fa sempre premio sul raziocinio, quella scoperta attonita della tragicità, quella necessaria accettazione di una realtà amara e cruda, non cede alla disperazione. E si riapre un varco alla speranza che è propria della trasfigurazione artistica. Ernesto Paolozzi

Monografia - Io Domitilla -


Vita e morte di Domitilla, meretrice e signora di Pompei, in una Hiroshima di duemila anni fa.

Marco Nocca




Non so perché, ma la descrizione della catastrofe di Pompei di Plinio il Giovane nella Lettera a Tacito mi ha sempre fatto pensare ad Hiroshima: “molti chiedevano aiuto agli dei, ma i più immaginavano che anche gli dei fossero scomparsi, e che l’universo fosse piombato nell’oscurità eterna per sempre ”. La potenza del Male, il buio della ragione umana, l’idea che la divinità stessa possa dissolversi di fronte all’indicibile orrore sono temi che ritornano anche in questa mostra dell’artista Aniello Scotto (Napoli,1959): “Io, Domitilla” è la voce, ancora parlante, di una protagonista di quella Hiroshima di duemila anni fa.
Condensando i motivi portanti e la poetica dei suoi lavori più recenti, in una sorta di operazione alla Yourcenar, di ricostruzione chirurgica della memoria attraverso la scrittura, Scotto evoca la protagonista della sua ispirazione, Domitilla, meretrice della città vesuviana, figura conosciuta per la prima volta attraverso i magnifici calchi ottocenteschi delle figure imprigionate dalla lava a Pompei. Come rivelato dall’artista, è Domitilla che un giorno,nel mistero, si è presentata a lui dalle profondità del tempo,offrendogli l’emozione di un incontro con la Storia: una storia individuale, fatta da chi racconta, e recepita da chi sa ascoltare. “La vita della donne è troppo limitata, o troppo segreta”- scrive la Yourcenar negli appunti elaborati per le Memorie di Adriano- “Tutto ci sfugge. Tutto. Anche noi stessi. Conosco la vita di mio padre meno di quella di Adriano. La mia stessa esistenza, se dovessi raccontarla per iscritto, la ricostruirei dall’esterno, a fatica, come se fosse quella di un altro”. Uno sforzo prepotente di ricollegarsi alla verità del suo personaggio,infrangendo le barriere della segretezza del ricordo individuale, scavalcando le montagne del tempo: come la scrittrice belga in Memorie di Adriano affida alla scrittura questo compito immane, Aniello Scotto, artista di fresca maturità, investe il disegno di questa responsabilità, lo rende strumento di una Memoria che non è una musa della nostalgia,ma una forza creatrice reale, costruttiva, capace di imporre e rendere credibili le sue visioni Ed ecco,nella bella sanguigna scelta per il logo della mostra, affiorare l’immagine di Domitilla; ecco, racchiuse negli olii, schegge di verità quotidiana di quei luoghi pompeiani (interni, tavole imbandite, figure guizzanti nella luce) riemergere dagli abissi del tempo, in una dimensione che Scotto volutamente rarefà nell’evanescenza delle figure - sospese su una soglia che delimita apparire e svanire,trasparire e occultarsi,prender forma e dissolversi - per significare l’incombere tragico di un destino di distruzione e morte, prossimo a spazzare ogni traccia di vita con la furia distruttrice di una catastrofe naturale. Immagini classiche, di sapienza disegnativa, a lungo costruite nell’esercizio dello studio, ma originali e moderne nella composizione: tali appaiono i disegni a sanguigna e bistro, evocativi degli ‘ultimi giorni di Pompei’,quasi un mito pagano della dannazione. Le giornate di Domitilla prima della fine sono popolate di personaggi che la accompagnano (il fauno,le compagne, i giovinetti): velate da una dimensione lirica di idillio, di sogno non più raggiungibile, le figure qui si pongono nello spazio con un segno di salda presa: si comprende il motivo della stima e degli incoraggiamenti espressi da Pietro Annigoni al giovane Scotto, e rivolti al suo talento di disegnatore. Ma è nelle incisioni (acquaforte e vernice molle) che la ricostruzione dell’artista sa dirigersi verso la coerenza di una forma assoluta, saldando il rigore espressivo all’atmosfera infernale di quell’evento straordinario: la scelta di una tonalità unica (il rosso dominante), una corrispondenza serrata tra quelle forme vuote dei calchi,lasciate dal disfacimento della materia organica dei corpi nella lava indurita, e le figure scavate nei solchi della matrice, rendono le scene pregne di un dramma unanime,che investe l’uomo e la natura. I corpi si avviano a diventare ombre, ombre infuocate: e sono forse proprio queste le immagini che riconducono la mente a quegl’ uomini (essi pure soltanto ombre sui muri,ormai) disintegrati dalla bomba atomica ad Hiroshima e Nagasaki.